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ONE ON ONE: GIANCARLO ANTOGNONI

01 aprile 2021

Giancarlo Antognoni compie 67 anni. Bandiera, simbolo, capitano, Unico 10. Legato per sempre a Firenze e ai tifosi viola. Gli anni passano, ma il legame è sempre più forte. I ricordi tornano vividi nella memoria. Giancarlo ci racconta la sua carriera, la sua vita, la sua storia e il suo amore per Firenze e la Fiorentina. 

DIVENTARE CALCIATORE

"Sono nato in una casa di campagna, non c’era niente, non c’era nessuno, e i primi otto anni della mia vita li ho passati così, a giocare nell’aia. Eravamo contadini. Poi mio nonno acquistò tre appartamenti a Perugia, per i tre figli, vendendo la casa in campagna e i terreni. Quindi mi trasferii a Perugia, e lì iniziò il mio percorso calcistico. 

Avevo una passione per il calcio sfrenata, e a 10-12 anni mi iscrissi a una squadra di prima categoria. Iniziai il percorso di ogni ragazzino, con tutte le condizioni dell’epoca, che oggi non ci sono. Iniziai a disputare le partite con loro.

Poi mi notarono, e a 15 anni andai a fare un provino per il Torino. Il Toro prese me insieme a un altro ragazzo di Perugia, e quindi mi trasferii a Torino. Fu un percorso breve. Lì iniziai già a pensare di poter continuare a fare il calciatore, non dico a livello professionistico, ma eravamo inquadrati in un modo diverso. Il Torino mi mandò ad Asti, era una sua succursale, giocava in Serie D. 

C’è stata una precocità molto veloce da parte mia. E’ anche difficile dire gli step che ho fatto, è andato tutto così velocemente. 

Giocare, giocano tutti. Poi ne arrivano pochi. 
Giocai tre anni ad Asti, feci bene, e mi notò la Fiorentina".  

DIVENTARE ANTOGNONI

 "Già tra i 15 ed i 18 anni si vedevano in campo le mie qualità. A 16-17 anni giocavo in Serie D, mi misi in evidenza lì. Ogni tanto venivo a Firenze, convocato nelle nazionali giovanili a Coverciano. Davo nell’occhio. E la Fiorentina cominciò a seguirmi. A quell’età tutti parlavano bene di me. Mio fratello che mi seguiva può confermarlo. Ero sicuramente un giocatore appariscente. A 16 anni essere convocato in Nazionale Juniores giocando in Serie D era poco comune, c’erano tutti giocatori di Serie A praticamente. 

La differenza si notava dal punto di vista tecnico. La gente si meravigliava. Ero molto magro, esile, però avevo questo calcio potente già da bambino. Si notavano i miei lanci, i miei gol da fuori area. ‘Giocare guardando le stelle’ è un qualcosa di naturale, difficilmente si impara. Devi avere la visione di gioco. 

Arrivai a Firenze a 18 anni, come ragazzo della Primavera. C’erano le gerarchie. Rispettavo il capitano, De Sisti. Ero addirittura in camera con lui, ero giovane ed ero anche un pò in difficoltà. Alla terza giornata di quella stagione di Serie A era squalificato De Sisti, e Liedholm mi fece giocare. Poi ‘Picchio’ andò via e presi io il suo posto, la fascia da capitano e il numero. 

E’ andato tutto velocemente. 
A 18 anni in prima squadra, a 20 in Nazionale, a 21 capitano della Fiorentina".

LA FIORENTINA ED I TIFOSI

"Quando sono arrivato ero legato a Roggi, Guerini, e tutti i giocatori che avevano più o meno la mia età. Moreno Roggi è stato mio compagno di appartamento anche quando sono arrivato a Firenze. All’inizio eravamo in villa in via Carnesecchi, poi ci siamo spostati in appartamento insieme. Eravamo 4 o 5 giovani nella Fiorentina, emergenti, bravi. Guerini, Roggi, Desolati, Caso… Poi dopo sono arrivati gli stranieri, come Bertoni e Passarella.

In campo mi divertivo un pò con tutti, dai giovani all’inizio come Caso e Casarsa, a Bertoni. Chiaramente, negli anni ’70 avevamo un tipo di squadra, dopo il 1980 invece abbiamo sfiorato lo Scudetto, avevamo una squadra competitiva, con Graziani, Pecci, Bertoni, Passarella. 

Con i tifosi ho sempre avuto un ottimo rapporto. A Firenze mi hanno sempre trascinato. Non sono mai voluto andare via, nonostante le offerte di squadre importanti. Ma ero legato a Firenze. La Juventus mi voleva nel ’78, ma di comune accordo con il presidente non andai. Nel 1980 mi voleva la Roma, andai a cena dal Presidente Viola, ma gli dissi di no.

Potrei parlare all’infinito del legame con Firenze. E’ stato subito forte, fin da quando sono arrivato. Quando uscivo non mi criticavano mai. Sono rimasto perché sono sempre stato bene. Anche quando giocavo male - era difficile che giocassi male eh (ride, ndr) - i tifosi mi hanno sempre voluto bene, mi perdonavano alcune prestazioni sottotono. Ero sempre ‘Antognoni’. L’impegno non è mai mancato, assolutamente. Ci sono state annate anche negative, nel ’77 abbiamo sfiorato la retrocessione. 

Le emozioni più grandi sono state l’esordio, il primo gol, e in generale le varie prime volte. Ci sono stati periodi belli e brutti. Qualche trofeo, anche se pochi purtroppo. Ricordo la Coppa Italia nel ’75 in finale contro il Milan. Poi la partita d’addio; fu molto bella per l’affetto della gente, anche se difficile. 

L’amore dei tifosi per me si tramanda di generazione in generazione, da padre a figlio. Il tifoso fiorentino è legato ai colori, alla maglia. E chi ha dimostrato con i fatti, e non con le parole, di rimanere legato alla città e alla squadra, viene sostenuto sempre. Vuol dire che le scelte fatte hanno un valore. 

Il rapporto con i tifosi è stato un colpo di fulmine. C’erano 1000-1500 persone ogni giorno a vedere gli allenamenti. E lì è iniziato il rapporto con i fiorentini.

I miei trofei sono l’amore dei tifosi. 
La carriera di ogni giocatore ha una durata, ma l’amore tra me e Firenze dura all’infinito".

LA NAZIONALE

"Con la Nazionale ho avuto un rapporto più problematico. Ho giocato 10 anni in Nazionale, ho vinto i Mondiali, ma avrei potuto esprimermi su livelli ancora più alti. Però quando giochi in Nazionale è diverso. Ero quasi sempre solo, tranne nel Mondiale in Spagna, dove c’erano 3 o 4 della Fiorentina. Ho sempre avuto rapporti ottimi con tutti, ma qualche volta ho sofferto alcune situazioni. All’Europeo in casa nel 1980 feci bene, si uscì però in semifinale. Giocai bene, ma anche lì mi infortunai. Giocammo a Torino contro l’Inghilterra e feci una grande partita. 

Nel 1982 ci fu la consacrazione di quella Nazionale. Saremmo potuti andare in finale già nel ’78. Quel Mondiale iniziò in maniera difficile, con il girone e il famoso silenzio stampa. Poi una volta trasferiti a Barcellona, la vittoria contro l’Argentina ci diede consapevolezza. Ci eravamo gasati. Contro Bertoni, Passarella, Maradona… Poi dovevamo per forza vincere contro il Brasile, e andò bene. E a quel punto, non importava più l’avversaria, avremmo battuto chiunque. Forse solamente la Francia sarebbe potuta essere pericolosa. Paolo Rossi segnò in ogni partita. Partì male in quel Mondiale, ma poi fu sempre micidiale dentro l’area. Il ricordo è sempre triste in questo momento.

La finale nel 1982 me la sono pregiudicata da solo. In semifinale volevo fare gol ad ogni costo, e mi sono infortunato. La finale era dopo tre giorni, e non riuscii a recuperare. Sarei stato anche rigorista… Prima della finale ero nella hall dell’albergo, non giocavo. L’avvocato Agnelli venne verso di me e mi disse: ‘Sei il giocatore che avrei sempre voluto prendere, ma non sei mai voluto venire da noi’. Io ero triste per il fatto di non giocare la finale, ma quel commento mi fece piacere. E’ nato tutto dal gol annullato contro il Brasile. A livello mentale ha cambiato la mia storia in quel Mondiale. Certo, abbiamo vinto, ma per esempio non sono nella foto dell’11 iniziale, nonostante avessi giocato sei partite su sette. 

Ti capita una volta nella vita, se ti capita, di giocare una finale. Mi è dispiaciuto molto".  

COME È CAMBIATO IL CALCIO

"Iniziai il percorso di ogni bambino, con tutte le differenze rispetto ad oggi. Non c’era la scuola calcio, non c’erano tutti i benefici che ci sono oggi. Iniziai giocando in città, come si faceva a quei tempi. Non c’era il campetto bello, si giocava nella strada, nel cortile, nelle piazze. Non c’erano tanti spazi dedicati. Ai tempi c’erano palloni più pesanti, non quelli di oggi. 

Non si gioca più in strada, ma sei agevolato dalle strutture, dai bei campi, dagli istruttori bravi. Le scuole calcio già ti inquadrano. Forse troppo, addirittura. La strada insegna molto. Giochi sul selciato, sull’asfalto. Poi vai sul campo ed è tutto più facile. Forse è stato un vantaggio anche quello, ai tempi. Prima c’erano tanti giocatori italiani molto forti tecnicamente. 

Il calcio è cambiato, ogni 10 anni cambia. Il calcio è sempre calcio, ma sono cambiate varie cose da un punto di vista di tattica, di tecnica, di forza fisica. Oggi è più tattico che tecnico il calcio, proprio perché gli allenatori ti inculcano questo. 

Nell’era del computer è cambiato anche il calcio. I rapporti sono totalmente diversi. Spesso i giovani oggi si concentrano più sul telefonino che sui rapporti umani. Non so cosa avrei fatto io con un telefonino ai miei tempi (ride, ndr). Sono contento che ai miei tempi non ci fosse, ho vissuto bene in quegli anni. Poi vivo bene anche ora. Sicuramente definisce un’epoca. Sarebbe stato tutto diverso, anche il rapporto tra giocatore e tifoso. Ora c’è più attenzione per il giocatore, però anche i giocatori stessi sono più attenti, forse più professionisti. Sono proprietari di se stessi, maturano prima. Con la legge Bosman i giocatori hanno più potere. 

E’ cambiato tutto anche a livello di alimentazione e allenamento. Io mangiavo la carne prima della partita. E’ assurdo. Oppure il risotto. Oggi mangi pasta, zuccheri, bresaola. La palestra non la usavamo mai, oggi è una priorità. I giocatori oggi sono più duri fisicamente, più grossi e strutturati. Una volta picchiavano lo stesso in campo, ma eravamo più gracili. I portieri sono tutti almeno 1.90 oggi. 

Prima si poteva bere, fumare. E’ legato al fatto che oggi il giocatore si prende più cura di se stesso, è proprietario di se stesso, più consapevole. Guarda al futuro. I guadagni sono maggiori rispetto ai miei tempi, e giustamente guadagnando molto, stanno più attenti. Per esigenza del fisico, per la salute. L’età si è allungata, le carriere sono più lunghe. Prima a 35 anni si smetteva. 

Negli spogliatoi c’era un colloquio maggiore, ora la comunicazione è più attraverso i telefonini. In campo però si aiutano tutti, ovviamente. Prima c’era più ‘nonnismo’, oggi i giovani temono meno i giocatori più esperti. Non è che portassi la valigia a De Sisti, ma quasi quasi si poteva fare anche quello… (ride, ndr).

I ritmi sono più alti, avere visione di gioco come me è più difficile. Oggi ‘guardi le stelle’ in un altro senso (ride, ndr), se tieni troppo la palla. Oggi è fondamentale la velocità. Si lavora sulla velocità, sul fisico, la tecnica. Devi abbinare velocità a tecnica. 

Il numero 10 tradizionale non esiste più, per esigenze di gioco e di sistema. Una volta si costruiva la squadra sul numero 10. Oggi la squadra si costruisce sull’asse centrale che va dal portiere al centravanti, passando per il difensore centrale e il mediano. Oggigiorno il portiere è molto importante, è come una punta. Il trequartista è in difficoltà, gioca seconda punta, come Baggio, Totti o Del Piero. Castrovilli è più una mezzala, ad esempio, anche se è quello più simile al 10 tradizionale. E’ atipico però, deve anche difendere e rincorrere. 

Oggi la squadra in un determinato contesto sa quello che deve fare, una volta c’era più libertà. Ora il calcio è più schematico. Si studia di più l’avversario, si guardano i video, si studiano i compagni, gli errori. Prima potevi vincere le partite anche da solo, oggi è quasi impossibile senza la squadra. Ci sono i giocatori che fanno la differenza, aiutano, però il gioco è il responsabile principale.

E’ un pò cambiato il calcio… (ride, ndr)".

LA VITA DOPO IL CAMPO

"Una volta finito di giocare c’è chi rimane nel mondo del calcio e chi si allontana. Rimanendo all’interno di una squadra è più facile capire certe dinamiche e difficoltà, soprattutto in un periodo complesso da un punto di vista di risultati come quello attuale. Io vivo la quotidianità della squadra e dello spogliatoio, e quindi è più comprensibile dall’interno capire le complicazioni. L’imprevisto c’è sempre. Ma dall’interno si conoscono meglio le dinamiche e quindi è più facile capire le difficoltà e giudicare le situazioni.

A volte mi meraviglio dei giudizi severi di alcuni ex calciatori. Magari giudicano anche con affetto, ma senza avere una panoramica veritiera e completa delle situazioni. Uomini che sono stati prima giocatori e alcuni anche dirigenti. Devono capire le difficoltà interne, in questo contesto. Le hanno vissute anche loro da giocatori. Ragazzi che conoscono e capiscono le difficoltà sia in campo che fuori, ragazzi che hanno vissuto queste esperienze. Certe volte certi giudizi sono troppo azzardati.

Posso capire il tifoso che si lamenta di certe cose, ma non chi ha giocato a calcio, anche ad alti livelli. Da fuori è più facile sparare a zero, senza magari conoscere certi meccanismi.
I meccanismi della rete social poi informano male: una notizia magari falsa si trasmette molto più velocemente, rendendo tutto ancora più complicato. 

Se uno non conosce certe dinamiche interne è meglio che non esprima giudizi affrettati". 

Intervista di Vieri Capretta

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