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ONE ON ONE: NIKOLA MILENKOVIC

06 maggio 2021

Cresciuto a Belgrado, dal Partizan alla Fiorentina. Amante di Firenze, della sua storia e della cultura. Nikola Milenkovic si racconta, tra sacrifici e mentalità, per essere calciatore e non solo.

DIVENTARE CALCIATORE

"Mia sorella mi ha portato al mio primo allenamento. Ero con lei e mio nonno. Ho fatto subito bene. Ho sempre amato il calcio, ho sempre giocato nel mio quartiere a Belgrado. Da subito ho amato il pallone. Da bambino l’allenatore mi provava in tante ruoli, e alla fine sono finito in difesa. Con i campi piccoli giocavo da difensore, ma quando crescendo siamo passati ai campi grandi, 11 contro 11, all’inizio giocavo da vertice basso a centrocampo, poi sono stato spostato al centro della difesa per mancanza di giocatori, e finora non mi sono più spostato. Sono diventato un difensore centrale. 

Ho iniziato al Žarkovo, la mia prima squadra, dove giocavo da piccolo e dove ho fatto i miei primi passi. A 13-14 anni ho fatto il primo allenamento al Partizan, dove è iniziata la mia carriera calcistica un pò più seria. Il Partizan è una delle migliori scuole calcistiche d’Europa. Tira fuori tanti talenti, e la Fiorentina lo sa molto bene (ride, ndr). Tanti giocatori del Partizan sono venuti qui in Italia, e io nello specifico alla Fiorentina.

Quando sono passato al Partizan il calcio è iniziato ad essere una cosa più seria. Quando ho finito le giovanili sono andato in Primavera. Non era facile, non giocavo sempre. Non ero titolare fisso, stavo anche in panchina. Qualche volta ero preoccupato, quando non giocavo. Chiunque fa il calciatore vuole giocare. Lì ho vissuto un momento di difficoltà. Credevo in me stesso, sapevo quanto potevo dare. E quando non giocavo era una botta per me. 

Poi dopo la Primavera in 4-5 siamo passati al Partizan B, al Teleoptik, la seconda squadra del Partizan, dove i giocatori vanno a fare esperienza per poi andare in prima squadra. Lì ho fatto un anno, ed è stato importante l’arrivo di Ivan Tomic. Prima allenava la Serbia Under 19, poi è venuto da noi. Prima che arrivasse giocavo spesso, quindi avevo paura che con un nuovo allenatore tornassi in panchina. Però alla fine il suo arrivo è stato decisivo per tutta la mia carriera. Lui dal Teleoptik è andato ad allenare il Partizan e io l’ho seguito. All’inizio ho fatto le ultime partite la prima stagione, e dalla seconda ho iniziato a giocare sempre. 

Quando ero in Primavera io ero uno dei pochi tra i miei compagni che non aveva un contratto con il club. In quel momento non guadagnavo quasi niente dal calcio. Quando è arrivato Ivan Tomic e ha scoperto il mio talento non avevo neanche un contratto giovanile, e lui quando ha saputo questa cosa mi ha subito fatto firmare un contratto da professionista. 

E’ stata una grande mossa da parte sua, non era facile scoprire un ragazzo che non aveva ancora firmato un contratto. Quando ho iniziato a giocare con lui ho capito che le cose andavano bene, poi quando ho firmato il primo contratto da professionista ho capito che le cose erano diventate serie. Credere in se stessi mi ha portato nella direzione giusta. 

Quando ho fatto il mio debutto con la prima squadra ho capito che il mio sogno era stato realizzato e dovevo guardare avanti".  

LA PRESSIONE E IL PUBBLICO

"Al Partizan si lotta sempre per il titolo, ogni sconfitta è sofferta. C’è molta delusione se si perde. Come alla Fiorentina. I giocatori sono abituati alla pressione, nel calcio c’è tanta pressione. Quello che uno deve fare è dimenticare la pressione e ricordarsi perché ha cominciato a giocare a calcio, perché ama il calcio e si diverte giocando, con quella passione che lo ha portato in quella direzione. Scendere in campo non pensando alla pressione, ma per giocare a calcio. Giocare a calcio è divertirsi in campo.

Il pubblico mi carica. Nel bene e nel male. Mi carica sempre, sia che siano applausi o che siano fischi. Se sono applausi vado a duemila all’ora, se mi fischiano mi caricano per dare il 200%. Ci sono persone che soffrono di più la pressione, nel calcio come in qualsiasi altro settore. 

E’ importante gestire la pressione ed essere coscienti di fare uno dei più bei lavori del mondo".

L’ARRIVO ALLA FIORENTINA

"Arrivare alla Fiorentina per me è stato un passo grandissimo. Ho fatto solo una stagione e mezza in prima squadra al Partizan e poi sono venuto alla Fiorentina. La differenza tra il campionato serbo e quello italiano è tantissima. All’inizio ho cercato di adattarmi il prima possibile: i primi mesi sono stati i più duri. 

Io penso solo al campo. Dedico tutto me stesso a ciò che faccio, al calcio. Ho dato tutto per adattarmi il più velocemente possibile, e dare tutto fin dall’inizio. Volevo fare presto per essere pronto a giocare, per essere in lotta per un posto da titolare. Non volevo che gli altri mi guardassero come il ragazzino giovane: ‘è arrivato, tranquilli, c’è tempo, prima o poi esprime le sue qualità’. Io volevo subito mettermi il più velocemente possibile a disposizione per giocare. 

Dopo tre mesi, a dicembre, ho fatto il mio debutto con Stefano Pioli, a Cagliari, nella vittoria per 1-0. E’ stata una cosa incredibile per me. E’ stata una sorpresa. Ero sempre in panchina, e quel giorno non sapevo che avrei giocato. Poco prima della partita German Pezzella ha avuto qualche problema, ma tutti pensavamo che giocasse. Poi dopo pranzo il mister mi ha detto che credeva in me e che avrei giocato. 

E’ stata una sorpresa per me, ma mi allenavo sempre al massimo ed ero pronto nel caso in cui mi capitasse quella situazione. 
Mi sono fatto trovare pronto".

LA FIORENTINA

"Ci sono stati molti momenti belli personalmente alla Fiorentina, anche se poi su quattro stagioni, tre sono state difficili. Sicuramente il mio debutto è stato uno dei momenti più belli. Poi la vittoria per 3-0 contro la Juventus all’Allianz Stadium, è stata molto emozionante per tutti noi. 

Il momento più brutto è sicuramente la morte di Davide. Abbiamo sofferto tutti tantissimo. 

Sono state stagioni difficili, tranne la mia prima a Firenze. Abbiamo fatto un percorso non previsto e più faticoso di quanto ci immaginavano. Quest’anno ci ritroviamo coinvolti nelle zone basse della classifica... Ogni calciatore vorrebbe lottare per l’Europa. Tanti momenti sono stati difficili, ma mi ricordo i momenti belli e porto con me i momenti positivi. Non voglio pensare alla negatività. 

Ogni mio gol è un’emozione incredibile, ogni stadio pieno è un’emozione per me. Quando vedo i tifosi appassionati come i tifosi Viola mi dà tanta emozione. Il calcio si gioca per i tifosi. Ogni volta che lo stadio è pieno è emozionante per ogni giocatore. Ogni mio intervento, ogni gol è una grande emozione.

Posso solo dire un enorme grazie a tutto quello che mi hanno dato questa città, questa società, questi tifosi. Qui alla Fiorentina sono diventato un uomo. La Fiorentina mi ha accolto dal primo giorno come se fossi sempre stato qui e mi ha fatto crescere tantissimo.

 Mi sento molto cresciuto sia a livello mentale che da calciatore". 

 

ESSERE CALCIATORE

"Tanti giocatori che arrivano a un livello alto fanno tanti sacrifici. Anch’io ho fatto tantissimi sacrifici. Sicuramente avrei potuto passare forse più tempo con i miei amici fuori, scherzando e divertendosi invece di stare ogni giornata in viaggio scuola-casa-allenamento. Dalla mattina, mi svegliavo alle 7, alla sera, alle 20 tornavo a casa. Era dura. Tante volte mi addormentavo in autobus e sbagliavo così la fermata, poi dovevo tornare indietro. In quei casi, mamma mi chiamava sempre, perché era strano che non arrivassi in tempo, è cosi. Avevo pochissimo tempo libero e quando lo avevo se non ero stanco cercavo di passarlo con gli amici.

Ora abbiamo anche tempo da dedicare alla famiglia e agli amici. L’unico problema per me è che magari sono lontano da casa. E non posso quindi stare sempre con i miei amici. In questa fase della carriera ho più tempo, all’inizio meno.

In generale, dedico tanto tempo al calcio. Dopo l’allenamento ho gli allenamenti individuali, poi la palestra, poi penso sempre a recuperare al meglio. Come è importante il lavoro è importante il recupero. Dedico tantissimo tempo al mio corpo, perché voglio sfruttare il mio corpo al 100%. Non mi è mai interessato bere o fumare, ad esempio, quindi non mi pesa rinunciarci. 

Voglio il massimo dal mio corpo, e quindi lo devo trattare in modo che renda al massimo".

L'AMICIZIA NEL CALCIO

"In ogni spogliatoio ci sono sia gli amici che i colleghi. Siamo tutti amici, ma anche colleghi. Ci sono tante persone, tante personalità e caratteri diversi. C’è sempre rispetto tra ognuno di noi, e questa è una cosa importante. In questo siamo tutti amici. Poi è difficile dire se uno è più amico con una persona o con un’altra. Ma prima di tutto conta il rispetto. 

Poi si vede in campo il comportamento, il gruppo. Come ci si dà una spinta, un aiuto, un applauso, una parola giusta. In campo si vede, nel nostro spogliatoio ci sono tante amicizie.

Nel calcio bisogna stare attenti alle persone. Bisogna essere intelligenti a capire chi ti è vicino nei momenti brutti e chi solo in quelli belli. Non serve tanta intelligenza per capirlo. Per capire chi è veramente tuo amico o chi ti è vicino solo per interesse. Se ti fermi a pensarci un minuto lo capisci subito. 

Ogni tanto è difficile: si presentano come amici veri, poi quando le cose vanno male non sono al tuo fianco. Io mi tengo stretti i miei 2-3 amici che ho vicino a me. Va bene conoscere gente, a me piace avere nuovi contatti, conoscere ed imparare da gente nuova. Da persone nuove si può imparare. 

Ma i veri amici penso che debbano essere 2-3".

I SOCIAL E LA COMUNICAZIONE

"Prima scrivevo io, non ho un social media manager. Non uso tanto i social, non mi piace stare tanto al telefono, preferisco passare il tempo con la mia famiglia, i miei amici e la mia fidanzata. Cerco di usare il telefono il meno possibile e credo sia la cosa giusta.

Tante interviste e messaggi social sono un pò tutti simili, è vero. Ma quando finisce una partita noi calciatori siamo i primi a sapere di aver giocato bene o male. Siamo consapevoli di come abbiamo giocato e sono consapevoli anche i tifosi. Non c’è bisogno di dire che abbiamo giocato male, ne siamo tutti coscienti. 

Sono messaggi che scriviamo o diciamo per far vedere che pensiamo alla prossima partita, perché la prossima partita è la più importante. Ovviamente, vediamo dove abbiamo sbagliato nell’ultima partita e dove si può migliorare. A noi dispiace tantissimo, ma nel calcio conta sempre la prossima partita. 

Noi siamo i primi ad essere dispiaciuti. Ma la cosa più importante è pensare alla partita successiva e provare a vincerla. Nel calcio il passato non conta, conta solo quello che arriva. Le partite passano rapidamente, e una volta finita una devi preparare quella dopo.

Se no entri in un mondo di negatività e non ne esci mai". 

FIRENZE E LA STORIA

"Mi piace molto Firenze come città perché c’è tanta storia. Sono stato due volte agli Uffizi con la visita guidata per farmi spiegare le opere d’arte. Sono stato a Palazzo Pitti e al Giardino di Boboli, e tanti altri bellissimi posti, sempre con la spiegazione di una guida. Mi piace conoscere il posto dove vivo, e volevo approfondire questa cosa.

Per migliorare il mio vocabolario italiano ed imparare nuove parole ho guardato film e documentari in italiano, e ho iniziato a leggere in italiano e libri sull’Italia. Mi piace conoscere la storia d’Italia. 

Mi piace stare qui, e per questo voglio rispettare questa cultura e saperne di più sull’Italia e su Firenze".

MUSICA, CINEMA E FANTACALCIO

"Mi interessano anche musica e cinema, mi piace svegliarmi e cominciare la giornata con la musica. Mi da positività ed energia. Ascolto tutto, tutte le canzoni che mi piacciono. Serbe, italiane, americane: ascolto ogni genere di musica.

Mi piace andare al cinema e guardare film. Il mio preferito è Contrattempo (The Invisible Guest, ndr). 

Nel fantacalcio guarda come sono messo male, sono dietro a Dusan! Sono il Real Belgrado. C’è un grande distacco dal primo in classifica. I primi due anni in Italia non giocavo al fantacalcio, ma sentivo gli altri che ne parlavano. All’inizio non chiedevo niente a nessuno, su come si gioca. Sapevo che esisteva un fantasy in Inghilterra, ma non come funzionasse in Italia. Tutti ne parlavano spesso, quindi l’anno scorso mi sono interessato. 

Fin dall’inizio con l’asta mi ha dato belle sensazioni. E’ una cosa che fa gruppo, perché ci scherziamo tra di noi e si creano anche rapporti diversi tra di noi, rapporti che ci avvicinano anche con squadra e staff. Spesso ne parliamo quando siamo con i fisioterapisti, scherziamo tra di noi. 

Ma è sempre rimasto un gioco, un divertimento, non sono uno che pensa sempre al fantacalcio. In campo ovviamente non ci penso. E’ un gioco e un divertimento tra di noi, è una sfida in più tra di noi. Abbiamo il gruppo del fantacalcio, spesso ci scriviamo, ci prendiamo in giro, c’è chi piange e chi non piange. C’è anche chi piange in preventivo. 

E’ un gioco che ci avvicina".

CONSIGLI PER UN GIOVANE CALCIATORE

"Non ho mai conosciuto Vidic personalmente, e non ci ho mai provato finora. Però vorrei conoscerlo (ride, ndr)! E’ stato il mio difensore preferito. 

Se io fossi Vidic a un giovane Milenkovic direi di non smettere mai di sognare, e ogni giorno devi andare in campo per migliorare. Ogni allenamento devi pensare di voler migliorare oggi. Ogni momento in campo o in palestra devi pensare che sia un’occasione per migliorare, con quel pensiero devi andare al centro sportivo ogni giorno e non puoi sbagliare. Non devi perdere un giorno, devi sempre imparare qualcosa di nuovo al centro sportivo.

Da ogni giocatore di esperienza, di qualità, da ogni campione ho preso qualcosa. E’ importante imparare dagli altri. La mentalità del campione, come ad esempio Franck, come si comporta in campo e fuori, lo vedi il motivo per cui è stato tanto tempo a quei livelli: diventa chiaro. C’è tanto da imparare da tanti giocatori con cui sono stato in questi anni.

Devi credere in te stesso. E’ una cosa molto importante. Se tu non credi in te stesso, nessuno crederà in te.  

Non smettere mai di sognare, ogni tanto i sogni diventano realtà".

NIKOLA ALLENATORE?

"E’ difficile dire cosa farò. Non posso cambiare il passato, né conoscere il futuro: è importante vivere nel presente. Ora faccio quello che amo di più, il lavoro più bello del mondo, gioco a calcio. Voglio godermelo e divertirmi.

Sicuramente da calciatore ti passa nella testa di pensare di poter allenare in futuro. Ogni giorno sei in campo, spesso guardi video dal tuo allenatore, e pensi anche a come faresti tu. Ma non so cosa capiterà, non so quando smetterò.

Quando arriverà il momento ci penserò".

Intervista di Vieri Capretta

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