Giorno della Memoria: le storie dei gigliati che sfidarono l’orrore - 
Storia
27 Jan 26 / 17:36

Giorno della Memoria: le storie dei gigliati che sfidarono l’orrore

Il 27 gennaio 1945, le truppe dell’Armata Rossa si trovarono davanti a quello che appariva come un freddo snodo ferroviario. Sopra il cancello d’entrata, una scritta: “Arbeit macht frei”, “Il lavoro rende liberi”. Un’incisione beffarda che, come suggerirà anni dopo Primo Levi in “Se questo è un uomo, avrebbe fatto meglio a recitare: Qui non c’è una spiegazione logica, qui c’è solo la morte. Quel giorno le forze sovietiche liberarono il campo di sterminio di Auschwitz portando alla luce la storia di tutte le persone che avevano perso la vita a causa delle barbarie perpetrate dall’alleanza Nazi-Fascista. La data della liberazione di Auschwitz fu scelta nel 2005 dall’Assemblea Generale dell’ONU per designare il Giorno della Memoria. Un monito che ogni anno ci ricorda, con le parole di George Santayana, che coloro che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo.

Anche lo sport, pagò il prezzo delle atrocità nate dal sodalizio tra fascisti e nazisti. Per questo oggi la ACF Fiorentina si unisce alla commemorazione: per dare una voce a chi ha vissuto quei giorni, in modo che quelle storie assumano un volto e non rimangano entità astratte in un luogo e un tempo lontano.

Come Vittorio Staccione, centrocampista torinese, che con la maglia della Fiorentina visse i primi anni della sua storia: il passaggio dal biancorosso al viola, la prima storica cavalcata verso la Serie A e il debutto internazionale dei gigliati. Ma Vittorio era un uomo scomodo per il regime; le sue simpatie socialiste lo resero un sorvegliato speciale dell’OVRA già dai primi anni '20. Lasciò il calcio a soli 31 anni per tornare a fare l’operaio nella sua Torino, senza mai smettere di opporsi alla dittatura. Il conto con la storia gli venne presentato l’1 marzo 1944, quando fu arrestato per aver organizzato gli scioperi nelle fabbriche piemontesi. Deportato a Mauthausen, subì sofferenze indicibili fino al 16 marzo 1945, quando morì pesando poco più di 40 chili, ma restando, come dicono i sopravvissuti, un uomo distrutto nel fisico ma mai nelle convinzioni.

Se Staccione fu vittima della persecuzione, Bruno Neri scelse di esserne l'antagonista attivo. C’è una foto, tra le tante della nostra storia, datata 13 settembre 1931: è l'inaugurazione dello stadio. La liturgia del tempo imponeva il saluto romano verso le autorità in tribuna. In quello scatto, tra le svariate braccia tese, se ne nota uno che resta fermo, con le braccia lungo i fianchi, con lo sguardo rivolto altrove. Era Bruno Neri. Il suo impegno non si fermò a quel gesto simbolico: dopo l’armistizio del 1943 rifiutò ogni collaborazione con la Repubblica di Salò e scelse la via della Resistenza Partigiana. Con il nome di battaglia “Berni”, divenne vicecomandante partigiano del Battaglione Ravenna. Cadde il 10 luglio 1944 in uno scontro a fuoco sull’Appennino, mentre perlustrava un sentiero per il suo battaglione, portando con sé lo stesso coraggio che mostrava in campo.

E poi c’è il sottotenente Armando Frigo, che allo scoppio della guerra fu inviato sul fronte balcanico. Dopo l’armistizio dell’8 settembre si ritrovò circondato dai tedeschi in Montenegro, ma invece di fuggire scelse di restare a proteggere il passo di Crkvice. Per un mese intero, sotto l’inferno degli Stukas, permise a migliaia di soldati italiani di ripiegare al sicuro. Quando infine fu catturato, Frigo non cercò scuse. Davanti al plotone d’esecuzione il 10 ottobre 1943, rivendicò il suo grado di ufficiale per proteggere i soldati semplici sotto il suo comando. Quando le persone del luogo recuperarono la sua salma, trovarono tra i suoi effetti personali due oggetti che raccontavano chi fosse Armando: un santino della Madonna e la sua tessera di calciatore della Fiorentina.

Infine, il ricordo di questa giornata ci porta fisicamente sotto le mura del nostro stadio, allora chiamato "Berta". Il 22 marzo 1944, a Campo di Marte, furono fucilati cinque giovani poco più che ventenni: Antonio Raddi, Leandro Corona, Ottorino Quiti, Adriano Santoni, Guido Targetti. Erano ragazzi del Mugello, catturati come "renitenti alla leva" perché non volevano combattere una guerra che non sentivano loro. Furono uccisi davanti a una folla costretta a guardare, in un atto di pura intimidazione nazifascista. Oggi, una targa dietro la Curva Ferrovia onora i "Martiri di Campo di Marte".